venerdì, 29 dicembre 2006

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martedì, 26 dicembre 2006
Ho perso la mia identità virtuale circa un anno fa. Una mattina non non ci fu verso di entrare nel messenger, nella posta elettronica, nella chat… dappertutto apparivano gli avvisi di password errata.
Ho una buona memoria e pensai subito che non si trattasse di un semplice errore: qualcuno aveva cambiato i dati di registrazione a mia insaputa. Ma chi poteva essere così bravo da indovinare una decina di password alfanumeriche senza significato?

Feci approfondite ricerche nell’hard disk per trovare eventuali spyware o registratori d’attività. Senza successo.
Ripensai alle occasioni in cui ero stato imprudente e avevo dato la possibilità a qualcuno di recuperare o sbirciare una parola d’ordine, ma uno o due casi non spiegavano l’espulsione da tutti i miei luoghi telematici.
Il conto in banca e la carta di credito invece erano ancora accessibili. Non cambiò nulla fino a un paio di mesi fa, quando risultò il prelievo di una piccola somma, versata poi a un provider thailandese. Cominciai a muovermi in quell’area a casaccio, senza sapere bene neanche cosa o chi stessi cercando. Vagai per mesi nell’Indocina on line.
Finché una notte mi trovai. Scorrendo l’elenco degli utenti collegati a una video-chat trovai il mio nickname, chiesi di aprire una stanza privata virtuale e attesi. Quando nel riquadro della conversazione apparve la mia faccia non rimasi neanche tanto sorpreso. Indossava la stessa camicia di un anno prima, ma era più abbronzato e magro.
Parlammo tutta la notte. Viveva con Han-leen, una bella ragazza con gli occhi a mandorla e i capelli neri. Era fuggito per stare con lei, io non glielo avrei mai permesso. Non se la passava male...
Ci salutammo con la promessa di risentirci ogni tanto, ma non l’ho più cercato. E’ stata una faccenda piuttosto imbarazzante.

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domenica, 24 dicembre 2006

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domenica, 24 dicembre 2006
Erano notti da sdraiarsi sul tetto del fienile, sulle tegole calde, a far compagnia alle civette. La Galassia ruotava lentamente su sé stessa, così vicina da sentirla cigolare come la ruota di un vecchio mulino.
Sotto e sopra le tegole la vita s’indaffarava in forme piccole e grottesche: zampe e penne, elitre, squame, nere corazze. Suoni quasi impercettibili che scaturivano da fughe disperate, collisioni, morti ammazzati.
Ogni tanto una meteora spezzava le costellazioni e il filo sottile dei miei ricordi.

Che riportavano sempre a tre grossi gradini di pietra grigia, un portone appena sbilenco, un androne che sapeva d’umido e mastice per biciclette.
Salivo a occhi chiusi quattro rampe di scale carezzando la balaustra di marmo levigato.
Bussavo piano, convinto che fosse ultima volta.

Vorrei schiacciare i tuoi occhi come chicchi d’uva scura, perché io possa essere l’ultimo ricordo.
Vorrei colarti oro fuso nelle narici perché più nessun odore d’uomo le faccia fremere.
Vorrei strapparti le unghie perché non scrivano più a lettere di sangue la tua rabbia e il tuo piacere.
Vorrei bruciarti la pelle perché più nessuna mano la percorra tremante.
Vorrei mozzarti la lingua perché non pronunci altri nomi dopo il mio.
Vorrei ucciderti perché tu non muoia mai nei miei pensieri.



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giovedì, 21 dicembre 2006

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veni veni veni!

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martedì, 19 dicembre 2006
Erano notti da sdraiarsi sul tetto del fienile, sulle tegole calde, a far compagnia alle civette. La Galassia ruotava lentamente su sé stessa, così vicina che si sentiva cigolare come la ruota di un vecchio mulino.
Sotto e sopra le tegole la vita s’indaffarava in forme piccole e grottesche: zampe e penne, elitre, squame, nere corazze. Suoni quasi impercettibili che scaturivano da fughe disperate, collisioni, morti ammazzati.
Ogni tanto una meteora spezzava le costellazioni e il filo sottile dei miei pensieri,

(forse continua)

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martedì, 19 dicembre 2006
C'è un televisore nello stagno. Qualcuno ha fatto la fatica di portarlo fin qui invece che buttarlo nel cassonetto come tutti.
Non è che ci stia male. È un modello anni '60 con la cassa finto-legno, mica uno di quei cosi tutti neri plasticoidi di oggi. Sopra la linea di galleggiamento un sottile bordo mogano incornicia lo schermo assediato dalle piante acquatiche.
Vorrei conoscere il discaricatore abusivo perché in lui certamente rugge il performer inconsapevole, il simbolista essenziale, il rottore di schemi e molte altre cose ancora che potrei esibirmi ad elencare se avessi una minima cognizione dell'arte contemporanea.
Vorrei guardare negli occhi il creatore di quest' iceberg catodico che se ne sta assiso nell'acqua ferma, squadrato a dispetto di tutto, definito in sé stesso.

Sopra allo schermo grigio-verde si riflettono distorte le immagini di un documentario non-stop a basso costo:

ore 6:01 - alba centroitaliana, cirri sfregiati da scie charter
ore 8:20 - primissimo piano di ranocchia in amore
ore 8:36 - iris giallo piegato dal vento
ore 9:46 - scalpiccìo di gregge, fischio, ansimare di cani (fuori campo)
ore 10:54 - atterraggio di libellula
ore 10:54 - decollo di libellula
ore 10:55 - refrain
ore 10:45 - saettìo subliminale elettrico (martin pescatore)
ore 13:12 - foglia di ontano (primissimo piano fisso)
ore14:08 - nuvole autoconvocate
ore 15:30 - pioggia battente (flou)
ore 18:19 - airone mezzobusto
ore 20:05 - dissolvenza serale
ore 23:00 - effetto notte, fioco pulsare charter

Domani replica




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sabato, 16 dicembre 2006

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usque tandem cantilena?

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venerdì, 15 dicembre 2006
La costruzione dell’Io, del Sé e qualche volta del Bah attraverso Defender si realizza in varie fasi. In un primo momento, che potremmo definire Fase-6, il cozzo contro le inaspettate difficoltà della prima schermata porta il soggetto a decostruire o, meglio, a ostruire il proprio Super-Io. Lo scarico ostruito della coscienza tracima nella coscienza adulterata, sottende uno o più significati, ottunde la mente e protende ripari (in-tende).
La fase successiva segna profondamente il confine tra attività ludica e pubica. E’ un limite approssimativo (circaincisione), ma che il soggetto percepisce nitidamente, soprattutto in assenza di patologie oftalmiche rilevanti.
Con l’andare del tempo e il ritornare dello spazio, il soggetto modifica la propria non-azione in modo irrilevante (è ovvio), ma allo stesso tempo si pone in prospettive laterali, bilaterali e addirittura spirali.
Siamo vicini al processo finale. Il soggetto sublima le proprie incongruenze, tira le somme sperando di cogliere nel segno, sottrae tempo e moltiplica i propri sforzi. Si tratta di operazioni semplici ma fondamentali in preparazione della seconda schermata.
Che appare in tutta la sua immanente consequenzialità in un florilegio di luci lisergiche.





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giovedì, 14 dicembre 2006

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duralex sed lex

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martedì, 12 dicembre 2006
grida parole dimenticate si contorce sporge gli occhi fuori
dalle orbite delle comete trae auspici per il piccolo amore e il grande
affetto da passione insana per lanciatrici di coltelli un giorno morirà
affettato nei pensieri volgare nei modi dalla bocca erutta una risata
folle becere semoventi su prati polverosi ascoltano il suo parlare
colto da improvvisa estasi stramazza al suolo strillando
parabole incoerenti sono le indistinguibili esistenze di tutti
i giorni scorrono limpidi oppure incomprensibili come codici
binari abbandonati nella pianura assolata attendono invano treni
passeggeri stati confusionali si alternano alla lucidità



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domenica, 10 dicembre 2006

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ab bruno disce omnes

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sabato, 09 dicembre 2006
Era di febbraio, a Londonderry.
Nel cielo saettavano nuvole furibonde. Per le strade nere di pioggia e fumo rimbombavano i passi sincopati dei bimbi, le voci aspre delle vedove, il cigolìo delle imposte.
Ti aspettavo ogni giorno, scosso dai sobbalzi dell'autobus e dall'emozione che mi saliva in gola man mano che la tua fermata si avvicinava. Ero poco più di un ragazzo e tu eri irraggiungibile: una giovane donna sorridente e sicura. Sembravi felice.

Ti spiavo, affamato dei tuoi gesti, della tua voce, del profumo che percepisco ancora. Avvampavo quando il tuo sguardo incrociava il mio per un lungo attimo.
Eri il mio pensiero costante. Immaginavo la tua casa, il suono sordo dei passi sulle scale, il tuo cane, i vasi pieni di fiori. Il tuo sospiro al risveglio, il disegno dei tappeti, il sapore delle tue lacrime, la luce gialla dei lampioni sui muri della camera, il rimbalzo ossessivo della palla di tuo figlio, la risata della vicina di casa, la curva del tuo seno.
Non poteva andare avanti così. Una mattina m'incamminai deciso verso la tua fermata.
Ti riconobbi da lontano e le gambe mi tremavano. Ti voltasti e sorridesti dolcemente: avevi capito tutto, da chissà quanto tempo.
Ero a un passo da te. Cominciai a parlare, prima esitante, poi più risoluto: "Io... io ti devo dire una cosa... forse è meglio che non ci vediamo per un po'. Ci farà bene, vedrai. E' normale che i rapporti si logorino, col tempo. La noia è il peggior nemico dell'amore e io sono stufo... vabbe' l'ho detto... sono stufo!... non sopporto più il cane che pisciacchia nell'ingresso e quelle scale di legno che una volta o l'altra mi ci ammazzo, non sopporto il tuo profumo schifoso e... e quella palla, quella palla tuo figlio se la dovrebbe cacciare in culo, porca miseria!! SONO STUFO, HAI CAPITO?! STUFOOO!!!".

Non t'ho più rivista.


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giovedì, 07 dicembre 2006

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in .doc segno vinces

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giovedì, 07 dicembre 2006
Era d'agosto, a Manila. La città svaporava fumo e afa, il mare s'infrangeva inconcludente. Era la terza notte in albergo quando mi entrò nel letto.
Non mi svegliai subito da quel sonno malato e appiccicoso, per troppo tempo non avevo chiuso occhio. Non mi svegliai quando entrò nella camera, quando fu al mio fianco, quando mi sfiorò il viso. Mi svegliò il suo odore forte e straniero.
Aprii gli occhi ed era già sopra di me. La luce al neon che filtrava dalla finestra mi bastò per vedere che era piccola, olivastra, soda. La riconobbi: altre volte in quei giorni l'avevo vista passare tra i tavoli del ristorante o nei corridoi, col carrello delle lenzuola sporche. Mi fissava inespressiva, ma i suoi gesti erano determinati.

Per un attimo pensai di lasciarmi andare, che importava dopotutto? Ma quell'odore... quell'odore...
La buttai giù dal letto con violenza, poi l'afferrai e la scaraventai nel corridoio. Non protestò, non reagì in nessun modo. Ero furibondo, ma quella passività mi disarmò: chissà quante volte era stata maltrattata in vita sua.
Decisi di non denunciare il fatto alla direzione dell'albergo. Le avrebbero potuto far del male e oltretrutto sarebbe stato inutile. Con quello che costava la camera, trovare una cimice nel letto era il minimo che dovessi aspettarmi.


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lunedì, 04 dicembre 2006

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delenda cartaceo
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venerdì, 01 dicembre 2006

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nullo die sine lineabus
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