Nello scoppio dei pini, nel gemito degli ulivi, nel volo impazzito degli uccelli tra le fiamme e il fumo.
Bruciato il susino che faceva ombra a me e mio nonno nei pomeriggi d’estate.
Bruciato il bosco dei pini, bosco pungente di aghi e spine, polveroso di polline e appiccicoso di resina.
Annientati gli ulivi centenari, stramazzati a terrao agonizzanti sulle radici ancora salde. Molti li aveva piantati il mio bisnonno. Io li conoscevo uno ad uno.
Una valle trasformata in braciere, l’Eden in inferno.
Solo la casa è rimasta, con i suoi angoli bui e le piccole tracce dei monaci che scelsero questo posto prima dell’anno Mille. Frati così tranquilli da non lasciare nemmeno un piccolo spettro, un rumore di catene o uno spiffero gelido.
Solo la casa è rimasta, come uno scoglio nel mare di pece.
DonnaLulu conta i passi
dalla strada al suo portone
li ha contati cento volte
orme nere sulla brina
ogni passo una bugia
da inghiottire come pane
ogni sguardo una ferita
innalzata sull'altare
Basterebbe una ciotola
piccola e smaltata
o ancora meno
le mani a coppa sotto la fonte
bere incuranti dell'acqua che cade
che bagna il viso
schizza sui piedi
Basterebbe una storia
qualche colpo di scena
o ancora meno
due occhi di gatto
in fondo alla strada
un sospiro di vento
che accarezza i capelli
Contare i fili d'erba
che accascia il maestrale
dare un nome a ogni ape
che s'affanna nello sciame
distinguere ogni voce
al raduno generale
sarebbe così facile
dopo aver capito te
Ubuntu regnò sui Doddo Orientali dai primi anni '20 ai primi anni '20. Figlio di Urguz, di Baullé e di Gurun, ebbe sempre grossi problemi con l'ufficio anagrafico, ma trascorse un'infanzia serena, punteggiata da pochi massacri e saccheggi.
Il nonno Malox lo iniziò alle arti divinatorie e già a sei anni seppe prevedere il risultato di Bologna-Spal, campionato 1959, girone di ritorno.
Ubuntu salì sul trono giovanissimo, ma il buon padre Urguz (o Baullé) lo fece scendere subito con uno scappellotto, ché glielo sporcava.
A diciotto anni sposò Sciurascura, una splendida fanciulla di etnìa Sorate che gli donò quattro figli. Ubuntu rifiutò garbatamente, con il pretesto che i figli non erano suoi. Lo scontro tribale fu inevitabile.
La guerra infuriò per anni nella savana. Agguati, zagaglie, guaiti, tafferugli a non finire alla fine ebbero fine quando il padre Baullé (o forse Urguz) si ritirò in eremitaggio sulle Colline-della-Luna-Bassa-Quando-è-Bassa-Altrimenti-No.
Ubuntu, abbandonato anche dalla madre (o forse padre) Gurun, cadde in miseria. I suoi amici più fidati non dimenticarono i lunghi anni trascorsi insieme e alla fine di un lungo inseguimento lo presero e riempirono di botte. Solo e contuso, triste e confuso, bisognoso di affetto e di un'altra rima baciata, il nostro eroe vagò in esilio nutrendosi di miceti, micetti, carpe e scarpe, vermi e vermicelli. Si dissetò con l'acqua delle pozzanghere assolate (a lui si deve l'invenzione del brodo primordiale), si vestì di corteccia d'albero (da qui il suo portamento un po' legnoso), passò le lunghe notti solitarie leggendosi le mani e arrivando a conoscerle palmo a palmo.
Dopo una lunghissima marcia Ubuntu giunse nel Paese dei Balocchi e qui fu arrestato, processato e condannato per sconfinamento letterario. Trascorse cent'anni di similitudine nella scopiazzatura di un celebre romanzo, tra personaggi incolori e binari morti narrativi, carestie di idee e prose zoppicanti, periodi ridondanti e ripetitivi come questo. Evase grazie all'aiuto di un correttore di bozze ribelle che lo camuffò da refuso e lo imbarcò in un manuale di storia africana. Qui corruppe un editor e penetrò nel capitolo che lo riguardava, ribaltando i fatti. Riacquistato così il regno Ubuntu visse abbastanza felicemente fino alla morte, avvenuta in circostanze misteriose dentro una pentola a pressione. Riposa nella tomba di famiglia accanto al padre, al padre e alla madre (o forse alla madre, alla madre e al padre).
DonnaLulu conta i passi
dalla strada al suo portone
li ha contati cento volte
orme nere sulla brina
ogni passo una bugia
da inghiottire come pane
ogni sguardo una ferita
innalzata sull'altare